Notiziario

«NEL DESERTO UNA STRADA APRIRO’…» di don Marco Di Giorgio

Il deserto appare in moltissime pagine bibliche, soprattutto a partire dalla narrazione dell’evento fondatore d’Israele, cioè l’Esodo dall’Egitto. Sarà nel deserto che un gruppo di schiavi, fuggito dal faraone e dalla condizione servile, scoprirà di essere un popolo, anzi il popolo prescelto da Dio. 

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Nel deserto si conclude l’alleanza, ai piedi del monte Sinai, che sancirà l’unione inscindibile con il Dio manifestatosi ad Abramo, Isacco e Giacobbe fino a Mosè. Dunque il deserto è il luogo del fidanzamento e dello “sposalizio” di Israele con Dio. A quel luogo e a quegli eventi si richiameranno sempre i profeti, ad esempio Osea, per invitare il popolo a tornare al primo amore. Il deserto è perciò il luogo dove si “conosce”, cioè si da esperienza di Dio, che lì si rivela, come accadrà di nuovo al profeta Elìa, tornato al monte Oreb/Sinai, in cerca del Signore.

Il deserto però è anche il luogo della lotta nel cammino della fede. Nel deserto Israele sarà tentato di rimpiangere “le cipolle” dell’Egitto. Sperimentando la fame e la sete, le difficoltà di ogni genere che un posto così inospitale comporta, Israele sarà sempre portato a “mormorare” contro il Signore, cioè a mettere in dubbio il suo amore e la sua fedeltà. Ecco allora il senso della scelta di Gesù di  andare nel deserto a lottare con Satana, incarnando l’Israele fedele, che vince le tentazioni grazie alla Parola di Dio.

Quindi il deserto ha un significato perlomeno ambivalente: è il luogo dell’incontro con Dio, il luogo dove il suo popolo è chiamato a camminare nella storia, come farà la donna vestita di sole di Apocalisse 12, che proprio nel deserto è nutrita e protetta da Dio. Ma è anche il luogo della tentazione e della punizione (“essere ridotti a un deserto”, ovvero “desertificati”), come accade alle città peccatrici di Sodoma e Gomorra o alla Babilonia di Apocalisse 17-18, che nel deserto appare e a un deserto verrà ridotta.

In questo modo, è proprio nel deserto che “Dio educa il suo popolo” (fu il titolo scelto per la bellissima lettera pastorale alla diocesi di Milano del cardinale Martini del 1988). Dice infatti il libro del Deuteronomio al capitolo 8,2-3:  “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova (….) ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi…”. Così il popolo impara a fidarsi e affidarsi al Signore e Dio ad affidarsi agli uomini. Ogni incontro con Dio sarà sempre un nuovo esodo, come dice Isaia: “Dio aprirà una strada nel deserto…” e Giovanni Battista, che lo sceglie come sua dimora, griderà proprio nel deserto: “Preparate una strada al Signore che viene!”

“Il deserto è il luogo delle esperienze estreme, affascina e fa paura. E’ un po’ come la solitudine: attira per la sua quiete e il silenzio, ma fa anche paura, perché ci si sente soli. L’uomo, privato di ciò che garantisce la vita ordinaria, deve imparare a sopravvivere, viene riportato a ciò che è essenziale al suo esistere. E’ il regno del silenzio, perché non è il luogo normale di abitazione, è sempre una tappa provvisoria, non può costituire una dimora stabile anche se, nei primi secoli del Cristianesimo, per vivere in perfetta comunione con Dio, migliaia di uomini e donne, si ritirano soprattutto nel deserto egiziano e in quello di Giuda” (M.R. Ferri).

Possiamo allora chiederci: come abbiamo vissuto questi mesi di pandemia, quando anche le nostre città sono state ridotte a deserti e il silenzio è stato squarciato solo dalle sirene? Indubbiamente possiamo vivere questa esperienza di essenzialità o addirittura di assenza di rapporti, come una tentazione, come una “mormorazione”, oppure cercare anche in questo tempo difficile, in che modo Dio ci sta educando. Occorre discernere come percorrere questo deserto dove, nascosta ma reale, la presenza del Signore vuole continuare a rivelarsi e a nutrirci con la sua manna quotidiana.

Quando c’è una méta anche il deserto diventa una strada!

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