Notiziario

Dalla «recognitio» alla «confirmatio».

Commento al recente motu proprio “Magnum principium” di papa Francesco

 
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In questi giorni è uscito un motu proprio, “Magnum principium”, di Papa Francesco per la modifica del can. 838 del CIC, sulla edizione in lingua locale dei libri liturgici. Questo documento affronta una questione che, evidenziata anche dall’istruzione “Liturgiam Authenticam” (28.03.2001), aveva creato non poche tensioni tra Conferenze episcopali e Congregazione per il Culto Divino. Solo per citare due esempi, ricordo come in Italia ci sono voluti oltre quattordici anni per la seconda edizione del “rito del matrimonio” in italiano. La ragione è nota: la difficoltà a vedere approvati dalla Congregazione gli adattamenti testuali e rituali della edizione della CEI. Per non parlare poi della celebre questione del “pro multis” della preghiera eucaristica. Sono note, ad esempio, le posizioni dei vescovi tedeschi e quanto Papa Benedetto ha scritto loro (14 aprile 2012); anche per l’Italia, su questo tema, non sono mancate le tensioni con la Congregazione.

La scelta fatta da papa Francesco in questo documento si racchiude nel cambio del termine con il quale viene descritto il ruolo della Santa sede nella traduzione-adattamento dei libri liturgici. Si passa dalla «recognitio» alla «confirmatio». Con il primo termine, presente nell’attuale testo del codice, la Santa sede è chiamata a riconoscere i «legittimi adattamenti liturgici, compresi quelli “più profondi” […] cioè a rivedere e valutare tali adattamenti, in ragione della salvaguardia dell’unità sostanziale del rito romano». La «confirmatio», invece, si configura come un atto con il quale il dicastero competente ratifica l’approvazione dei vescovi. Suppone la fedeltà della traduzione («fideliter») e della «congruenza dei testi prodotti rispetto all’edizione tipica su cui si fonda l’unità del rito, e tenendo conto soprattutto dei testi di maggiore importanza». Questo il commento al “motu proprio” di Mons. Roche, Segretario della Congregazione.

Pur non contraddicendo “Liturgiam Authenticam”, Papa Francesco restituisce alle Conferenze episcopali un potere che appartiene loro e, in questo modo, favorisce un clima di fattiva collaborazione tra le Conferenze episcopali e la Sede apostolica, clima non sempre sereno in questi ultimi sedici anni di applicazione della suddetta Istruzione. Questa scelta, a mio parere inevitabile, nasce da almeno tre premesse.

La prima è l’idea stessa di liturgia proposta dalla “Sacrosanctum Concilium”. La liturgia, che è contemporaneamente celebrazione del mistero e atto di culto dell’assemblea strutturata nei diversi ministeri, mette in comunicazione la Trinità e la Chiesa «per ritus et preces id bene intellegentes» (SC 48). Se la comunità non è in condizione di «intelligere» ridurremmo la celebrazione stessa a quell’atto di culto del solo ministro, a nome di tutta la Chiesa, così come era prima del Vaticano II.

In secondo luogo si riconosce il valore sacramentale dell’episcopato che, ben oltre la semplice rappresentanza giuridica, costituisce collegialmente nella successione apostolica.

In terzo luogo, Papa Francesco aveva già preannunciato questo orientamento nell’”Evangelii gaudium” (32) quando si augurava che le conferenze episcopali fossero «soggetti di attribuzione concrete» senza cadere in una eccessiva centralizzazione che «anziché aiutare, complica la vita della Chiesa». Anche nel discorso di pochi giorni fa per la celebrazione dei settant’anni del Centro di Azione Liturgica il Papa ribadiva la irreversibilità del Concilio Vaticano II, ponendo di fatto fine alla “riforma della riforma”.

Quello che resta, ed è il vero problema oggi da affrontare, è quello della educazione liturgica dei vescovi, dei presbiteri, dei diaconi e di tutte le nostre comunità. Entrare nella visione conciliare della liturgia richiede approfondimento, competenza, pazienza, umiltà ed anche sperimentazione. Saranno richieste in modo ancora maggiore queste ed altre virtù per mettere mano ad una vera inculturazione liturgica che, inevitabilmente, passa anche attraverso la traduzione dei testi e dei riti!

 

Giovanni Frausini

 
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