Notiziario

Mons. Gabriele Miola è tornato alla casa del Padre

È tornato alla casa del Padre il prof. mons. Gabriele Miola, per oltre quarant’anni stimato docente di Sacra Scrittura dell’Istituto Teologico Marchigiano. Era nato il 19 febbraio 1934 ed era stato ordinato presbitero il 22 maggio 1958. Nel corso della sua lunga vita ministeriale ha ricoperto innumerevoli servizi ecclesiali, tra cui quello di rettore del seminario di Fermo, vicario generale, vicario episcopale per il sinodo, vicepreside della sede di Fermo dell’Istituto Teologico, fondatore della rivista «Firmana», responsabile dell’insegnamento della religione cattolica della diocesi di Fermo, assistente ecclesiastico del MEIC. A lui va una profonda gratitudine dell’Istituto per il fecondo servizio di docenza e di coordinamento, per la sua cultura enciclopedica, la passione per la Scrittura, l’accompagnamento nei pellegrinaggi in Terra Santa, la recezione del concilio Vaticano II nella chiesa locale, l’ecumenismo, il laicato, le sfide culturali del tempo presente. Il Signore che viene nella festa del Natale lo accolga nella sua pace.

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Ripubblichiamo una sua intervista/testimonianza comparsa su «Firmana» 49 – Autobiografia di una diocesi. La recezione del concilio Vaticano II nella diocesi di Fermo, (2009) 155-168.

 

La tua esperienza umana e vocazionale ha attraversato per intero la seconda parte del secolo scorso. Provando a tracciare alcune riflessioni, vorrei partire dalla formazione in seminario. Quali erano le linee di fondo?

 

Per noi ragazzi, provenienti per lo più da famiglie di campagna o di artigiani, in genere famiglie povere, la vita di seminario era impegnativa, ma anche bella, soprattutto nei momenti di ricreazione, perché con tanti ragazzi ci ritrovavamo insieme. Per l’impegno di studio, di pratiche di pietà, di molti momenti di silenzio era sentita come pesante. Anche la talare, che portavamo fin dalla prima media, all’età di undici anni, per alcuni era motivo di orgoglio, per la maggior parte di peso. D’altra parte, molti dei seminaristi fino al liceo non avevano un chiaro orientamento vocazionale, erano stati mandati per motivi di studio dalle loro famiglie. Per molti, il seminario era l’unica possibilità di istruzione. Il centro della formazione era la disciplina. Le parole di riferimento erano: pietà, studio, disciplina. Si trattava di una disciplina ben stabilita per orari, tempo di studio, pratiche liturgiche, che doveva servire per creare una visione armonica del tempo e della realtà. Guardando con gli occhi di oggi, alcune forme possono sembrare esagerate, come, ad esempio, la Messa quotidiana, la meditazione di mezz’ora tutte le mattine, l’abito talare fin dall’età di undici anni. Però quelle situazioni ci hanno educati. Possiamo dire che lo stile principale era quello dell’obbedienza. Altri aspetti erano la formazione alla preghiera e al celibato, che talvolta era un’educazione quasi fobica del femminile. Il femminile non esisteva ed era quasi un tabù. Negli anni del ginnasio-liceo l’unica persona con cui se ne parlava era il padre spirituale. Da questo punto di vista, quella formazione oggi viene giudicata negativamente. Mentre si cresceva negli anni e nello studio, passata l’adolescenza, chi non aveva in cuore e non coltivava una tensione vocazionale, la vita di seminario diventava piuttosto dura e nel cammino del ginnasio e del liceo molti lasciavano il seminario. Ma occorre essere attenti perché non era così negativa per quel tempo perché la formazione alla disciplina era simile in tutti i collegi di Fermo, anche quelli laici. Era un’impostazione largamente condivisa.

 

Come erano gli studi?

 

Alla scuola Media il livello era buono e ne ho un bel ricordo, ma del Ginnasio e del Liceo dei miei anni 1948-54 ho un ricordo piuttosto negativo per la mancanza di professori preparati. Molti erano autodidatti, altri erano preparati, ma non davano garanzia di un insegnamento ben calcolato ed equilibrato. Per esempio in greco, che al Ginnasio era fondamentale, non abbiamo ricevuto una buona formazione. Il Liceo era di tre anni, poi fu aggiunto il quarto anno perché la Congregazione dei Seminari chiese un altro anno, che poi divenne l’anno propedeutico alla Teologia. In liceo facevamo tutti i trattati di filosofia, dalla gnoseologia alla metafisica, dalla cosmologia all’etica, quindi la materia principale era la filosofia. Però la storia della filosofia era poco curata. Quando la Congregazione dei Seminari fece aggiungere un anno, questo doveva essere riservato alla filosofia, per dare maggiore spazio nei tre anni del liceo alla preparazione più tipica del liceo classico. Nel nostro seminario invece divenne un prolungamento pressoché improvvisato ed inutile del liceo. Molto spesso lo studio avveniva per surrogati, attraverso i compendi disponibili e ci si accontentava di questo. Quindi non ci si educava alla conoscenza della cultura classica come tale. Ricordo che, per la maturità classica, qualche compagno ed io abbiamo dovuto studiare seriamente dall’inizio tutta la letteratura greca e latina, di cui sapevamo ben poco, scienze e fisica, che non c’erano state insegnate. Con gli occhi di oggi, questi erano limiti piuttosto vistosi del ginnasio-liceo dei miei anni.

 

Come era il rapporto tra il seminario e la città?

 

Il seminario si trovava nel centro storico, ma io non ricordo di avere avuto rapporti con la città se non per la partecipazione a realtà religiose. Soprattutto alla Messa solenne domenicale alla chiesa del Carmine, dove però c’era pochissima gente. La partecipazione alla liturgia al Duomo andava ancora peggio, perché era una liturgia in latino di cui noi non percepivamo né ricchezza né qualità. Il Rettore, mons. Cardenà, bravo e santo prete, durante la liturgia pontificale, quando c’era la musica polifonica, quindi il Credo e il Gloria cantati che duravano diversi minuti, ci dava dei libri da leggere più che invitarci a partecipare alla liturgia come tale. Io sono stato nel seminario di Fermo fino al liceo, e, data l’impostazione della vita del seminario, era il tempo meno adatto per conoscere la città e la sua vita. Penso che le cose cambiassero quando s’entrava in teologia e crescevano le occasioni, almeno per motivi di servizio liturgico, di servizio d’assistenza nel collegio Fontevecchia, o altro, per entrare in contatto con la città.

 

Esisteva una formazione pastorale?

 

Premetto che io sono stato nel nostro seminario fino al liceo. Per noi, durante la formazione, non erano previste esperienze pastorali come si fa oggi. I rapporti con le parrocchie della città erano limitati alla partecipazione alle funzioni pubbliche: il settenario della Madonna del Pianto, il mese di maggio al duomo, dove si andava quasi tutte le sere, la processione del Corpus Domini.

 

Come era la formazione del Seminario Romano?

 

Dopo il Liceo, mons. Cardenà mi fece fare un concorso per il Seminario Romano Maggiore e andai a Roma. La formazione era sulla stessa linea di quella di Fermo: disciplina, pratiche di pietà, ma all’età di venti anni vedevamo già alcune storture. Ad esempio, non c’era nessun giornale se non “Il Popolo”, giornale della DC di Roma e che si doveva andare a leggere dinanzi alla stanza del vicerettore, e “L’Osservatore Romano”. Alcune cose erano subite dagli alunni, come l’inizio e la chiusura della giornata. C’era la cosiddetta “preghiera della concezione”: la mattina, quando suonava la campana, ci si alzava e uno di noi, lungo il corridoio delle stanze, recitava una preghiera e noi dovevamo socchiudere la porta per sentire e rispondere. A un certo momento, si usciva tutti fuori in ginocchio davanti alla propria camera a conclusione della preghiera. In fondo, era un vigilare che ci si fosse alzati dal letto, ma già all’epoca appariva una pratica superata e poco gradita. Alla sera, in modo analogo, si recitava la preghiera per concludere la giornata. Dopo di che veniva spenta la luce: dopo la preghiera c’erano circa venti minuti in cui c’era ancora luce, finché non restava che una luce notturna. Al mattino si ridava la corrente quando suonava la campana.

Non c’era molto dialogo con i superiori, l’incontro più ricercato era con il padre spirituale, che era mons. Pericle Felici, persona squisita, aperta moderatamente ad una disciplina diversa e ad una nuova sensibilità pastorale, ottimo giurista, insigne latinista, poi segretario generale del Concilio Ecumenico Vaticano II e cardinale.

Positivo è stato l’incontro con compagni provenienti da diocesi diverse. Significative le visite di personalità di ex alunni vescovi e cardinali, compresa quella del vescovo di Venezia il cardinal Roncalli, poi papa Giovanni XXIII, visite anche di personalità politiche di Roma. Importante era il servizio liturgico domenicale e festivo nella Basilica di S. Giovanni. Significativa la partecipazione a qualche cerimonia di beatificazione o canonizzazione a S. Pietro. Belle ed utili erano le passeggiate in gruppi di classe, che davano a noi studenti, venuti dalla provincia, l’occasione di conoscere il centro storico della capitale. Siamo negli anni 1954-1958.

 

L’Università Lateranense ha aperto qualche sentiero di approfondimento e di ricerca?

 

Anzitutto la novità dei contatti. Evidentemente la Laterenense era già una grande università che raccoglieva molti studenti provenienti da altri seminari. Ci si incontrava con persone di provenienza diversa e questo facilitava una certa apertura. I professori erano generalmente preparati. La difficoltà maggiore era dovuta al fatto che la maggior parte dei corsi (e dei manuali) era in latino, che certo non facilitava l’apprendimento delle discipline. Inoltre, non venivamo educati ad uno studio critico delle fonti, bensì ad un apprendimento apologetico. Eravamo invitati a studiare la Summa di S. Tommaso, ma non c’erano corsi appropriati per farne una lettura proficua. In genere ci si fermava allo studio dei manuali. Non ricordo con grande gioia gli studi di teologia, il più delle volte si studiava in funzione degli esami. Allora il centro della teologia, più che la Germania, era la Francia, con personalità di cui noi iniziavamo a conoscere qualcosa, ad esempio Chenu, Congar, de Lubac, Daniélou, etc. Spesso però in università se ne parlava in negativo. Ricordo quando mons. Piolanti venne in classe con un libro di de Lubac gridando che era da bruciare. Piolanti era un bravo professore, con un’ottima conoscenza della dogmatica, che faceva gustare la teologia, però era tradizionalista. Quando accennava a libri del genere, noi correvamo in biblioteca a prenderli, ma non li trovavamo. C’era un primo fermento, almeno tra quelli più attenti agli studi, ma con uno sguardo tra la curiosità e il giudizio negativo. Ma il “negativo” attirava perché era una novità.

 

Che ambiente hai trovato al Pontificio Istituto Biblico?

 

Dopo un complesso e non facile esame di Licenza, i superiori di Fermo mi fecero iscrivere al Biblico. L’impatto è stato di forte studio. Io risiedevo in una parrocchia sull’Appia Nuova e impiegavo un’ora con i mezzi pubblici per arrivare al Biblico. Sono stati anni molto impegnativi, però è stato uno studio straordinario anche per aver trovato altre aree di ricerca, altri compagni, altre presenze non legate strettamente ai seminari, perché molti venivano da fuori con mentalità diverse. Dal liceo classico conoscevamo il greco, ma con diverse lacune e si trovava difficoltà ad entrare nel greco biblico. Il professore di ebraico era un padre gesuita, che conosceva l’ebraico da un punto di vista grammaticale e sintattico, ma non aveva il senso della lettura, della prosa, della poesia biblica. Lo notammo quando venne un professore nuovo, Luis Alonso Schökel, il quale, forse resosi conto della situazione dello studio dell’ebraico, cioè che si arrivava alla fine degli studi con una capacità minima di lettura del testo perché non c’era un esercizio di lettura corsiva e neppure un impegno all’apprendimento dei vocaboli necessari, fece introdurre una lectio cursiva dell’ebraico. Lì capimmo che lo studio dell’ebraico non era impostato bene e quella lacuna è rimasta negli anni. Si insegnava la lingua alla vecchia maniera, solo dal punto di vista grammaticale. Eravamo invece molto soddisfatti dell’esegesi: padre Moran e padre Vogt per l’Antico Testamento, padre Zerwik e padre Lyonnet per il Nuovo Testamento, che ci hanno aperto uno sguardo assolutamente nuovo. Ricordo con venerazione padre Lyonnet, che, quando ero vicario generale, chiamai a predicare gli esercizi spirituali al nostro clero. Per la critica storica dei Vangeli c’era un americano, padre Mc Cool. Eravamo contenti di questi studi che ci aprivano ad un rapporto con la Bibbia completamente differente da quello avuto negli anni di teologia. Si era formato un bel gruppo di italiani e alcuni sono diventati grandi studiosi, soprattutto Giuseppe Barbaglio, ottimo studioso di San Paolo, ed Enzo Cortese, per fare due nomi.

 

Quando sei rientrato a Fermo hai iniziato la tua esperienza di insegnamento. Erano gli anni in cui lasciava gradualmente mons. Cardenà e subentravano anche altri insegnanti. Che ricordo hai di questo periodo?

 

Nei primi anni di attività a Fermo ho avuto quasi esclusivamente un impegno didattico. La mia esperienza pastorale non è stata mai una presenza continuativa in parrocchia. Spesso mi mandavano dove occorreva provvedere ad una celebrazione in assenza del parroco o del viceparroco. Nei primi anni ho dovuto insegnare numerose discipline, per sostituire i titolari dei corsi che erano mancati o professori impegnati altrove. Ho dovuto insegnare teologia fondamentale, ecclesiologia, liturgia, ecumenismo, storia delle religioni, greco e latino al liceo. Per un po’ ho insegnato ebraico, critica testuale del Nuovo Testamento, poi il primo corso di esegesi sui libri sapienziali nel triennio di teologia. Ho fatto attività pastorale nella parrocchia di Pedaso dove andavo il sabato sera e rimanevo fino al pranzo della domenica con don Attilio Mira, simpatica figura di prete. Un altro anno sono stato con don Primo Livi a Casette d’Ete con la stessa modalità. Al terzo anno sono stato con don Angelo Panicciari al Santo Stefano di Porto Potenza Picena sempre il sabato sera e la domenica. Passavo un po’ di tempo con gli ospiti malati e la domenica andavo a celebrare una Messa a Porto Potenza Picena da don Mauro Carassai. Dopo pranzo prendevo il treno e tornavo a Fermo.

 

Come è nata la collaborazione con don Raffaele Canali?

 

Negli anni 1962-1966 don Paolo De Angelis aveva avuto come compagno a Roma don Raffaele Canali di Ascoli Piceno. Questi, tornato in diocesi dagli studi, trovò che nel frattempo il seminario maggiore era stato chiuso. A quel punto si chiese al vescovo mons. Marcello Morgante di permettere a don Raffaele di venire a Fermo. Mons. Morgante accolse la richiesta, perché aveva molto clero, perché aveva mandato i suoi pochi seminaristi a studiare a Fermo e perché si rendeva conto che, non avendo più un seminario di studi teologici, la presenza di don Canali sarebbe stata poco valorizzata. Canali aveva studiato al Biblico, venne a Fermo, ebbe come punto di riferimento l’Istituto Stella Maris di Civitanova. Prese pian piano gli insegnamenti di esegesi, mentre io sono rimasto nell’ambito dei corsi introduttivi. Ottimo professore, seppe attirare ad uno studio serio della Scrittura diversi alunni.

 

Che percezione c’era del Concilio in diocesi?

 

Erano anni di grande fermento nel tempo conciliare e postconciliare. Raniero La Valle faceva ottimi servizi su “L’Avvenire d’Italia”. Ogni tanto andavo a Roma a ritrovare gli amici e mi riusciva di percepire qualcosa del clima dell’assise conciliare. Però qui in diocesi la risonanza era pochissima. In seminario non c’erano incontri, dibattiti o studio di quel che avveniva o che si leggeva sui giornali. Non si studiavano le problematiche centrali che il Concilio stava affrontando. Io mi rifornivo di libri quando andavo a Roma. Ebbi la fortuna, attraverso un compagno, don Alberto Roncoroni, di conoscere un laico, Tommaso Federici, professore allora al Sant’Anselmo, una mente lucida e un grande conoscitore di tutte le lingue semitiche, dall’accadico all’ebraico, dal siriaco al fenicio, buon conoscitore della Bibbia, della patristica e della liturgia. Federici mi aprì alle problematiche del Concilio e mi indicò alcuni libri e articoli di riviste. Debbo molto a questo laico di una cordialità straordinaria. Passavamo insieme pomeriggi interi quando lo andavo a trovare. È stato un punto di riferimento per capire cosa stava avvenendo e i tempi nuovi della chiesa. Con lui ho conservato una grande amicizia fino alla sua morte. Qui a Fermo i ritmi del Concilio non sono stati molto sentiti, ma era una situazione comune, per quanto ne sapevo, ad altre diocesi delle Marche. Credo che raramente si avesse una percezione chiara della portata del Concilio.

 

E dopo il Concilio ci furono risonanze maggiori?

 

Non molte. Mons. Perini, nostro arcivescovo in quel periodo, era molto vago quando chiedevamo qualcosa del Concilio. Diceva: «Cose belle!», senza scendere nei contenuti e nei dibattiti. Sono stato aiutato da contatti come Federici, don Aniceto Molinaro e don Alberto Roncoroni che era stato mio compagno al seminario romano e stava studiando all’Istituto di Liturgia, al S. Anselmo di Roma e mi mise in contatto con professori come Federici, Marsili, Nocent. Molti non parlavano del Concilio perché non avevano strumenti per approfondirne le tematiche. Mons. Perini era più un uomo di lettere che di teologia. Quando è finito il Concilio qualcosa è cambiato perché i vescovi sentirono la necessità di fare conoscere i testi del Concilio. Qui a Fermo questo compito fu affidato all’ausiliare, mons. Michetti, e a mons. Rolando Di Mattia, che mi cooptò in quel lavoro.

 

Che tipo di opera avete fatto per diffondere i testi del Concilio?

 

Prima di tutto, la recezione del Concilio è avvenuta lentamente attraverso gli insegnanti del seminario. A livello divulgativo, come ho accennato, una buona fonte era l’Avvenire d’Italia, diretto da Raniero La Valle. In questi anni sorge per me una bella amicizia con mons. Di Mattia. Mons. Michetti, Di Mattia ed io abbiamo visitato tutta la diocesi per far conoscere i documenti del Concilio. Io compravo i commenti che uscivano e Di Mattia aveva un’infinità di riviste di teologia e di spiritualità collegate con le tematiche del Concilio. Mi abbonai a “Concilium” nell’edizione francese, poi in quella italiana, ed era una lettura arricchente, almeno per i primi tempi è stata una fonte importante. La recezione veniva mediata dai professori di teologia del seminario e da noi che giravamo in diocesi. Nell’insieme, il clero recepiva i contenuti di fondo, anche se la novità e la ricchezza del Concilio non furono percepite in tutta la loro portata. Ricordo la difficoltà di far percepire la novità e la profondità dell’impostazione ecclesiologica della Lumen gentium, dal mistero della Chiesa al popolo di Dio, per non parlare del subsistit in, del rapporto collegialità e primato. Era difficile far capire questi contenuti a chi era stato formato in modo antitetico rispetto a tali categorie teologiche. Parlando della Dei Verbum mi sono addentrato sulle nuove visioni ermeneutiche. Quando negli incontri dei preti dissi che i primi undici capitoli della Genesi erano racconti sapienziali e non erano da prendere in senso letterale, ho avuto delle reazioni vivaci, anche se vent’anni prima era uscita la Divino afflante Spiritu,perché i preti di una certa età venivano da un’esegesi letteralista della Scrittura.

 

Nel 1972 sei stato nominato Rettore del seminario. Che quadro hai trovato?

 

Iniziai una prima attività nel seminario quando mons. Perini nel 1968 mi nominò assistente dei teologi, mentre il rettore era mons. Cardenà. Nella teologia avevo una mia libertà di movimento, pur riferendomi sempre al rettore. Cercai di guidare una certa effervescenza dei tempi postconciliari e un qualche scontento che serpeggiava tra i seminaristi teologi. Leggevano di nuove esperienze di formazione per i teologi, di nuove spiritualità, c’era chi parlava di fine dei seminari, si cercavano esperienze nuove nei movimenti ecclesiali, diversi seminaristi vollero andare a fare esperienza nel movimento dei focolari o nei gruppi di gioventù studentesca (poi CL) e si leggeva delle contestazioni che sorgevano in diverse chiese d’Italia, si parlava di don Milani, delle esperienze dei preti operai etc.

Nei corsi di teologia la liturgia era impostata sugli aspetti rubricali. Cercai di impostare la vita su una liturgia rinnovata. Fu resa più viva la celebrazione dell’Eucaristia secondo le direttive del concilio. Vennero mandati in parrocchia i seminaristi per l’attività pastorale al sabato e alla domenica. Alcuni sceglievano le parrocchie di origine, altri no. Per conoscere il mondo degli operai furono fatte esperienze di lavoro in azienda durante l’estate.

 

Come era il rapporto tra il seminario e le parrocchie?

 

Assecondai la volontà dei seminaristi di fare esperienze concrete. Ogni settimana dopo cena facevamo un’assemblea in cui si discuteva delle difficoltà e delle situazioni incontrate in parrocchia o di questioni di altro genere. In diocesi trovavano situazioni diverse perché c’erano parroci che si erano aperti allo spirito conciliare e anche a qualche sperimentazione e altri meno. Difficile era applicare quello che leggevano o sentivano a lezione di teologia. Furono esperienze a volte fatte ingenuamente e tra gli sguardi interessati, ma più spesso maliziosi di chi stava a guardare.

                                                             

In quegli anni la nostra diocesi ha avuto diversi preti che hanno lasciato il ministero. Quali erano i motivi principali?

 

Si tratta di un fenomeno molto complesso e molto doloroso. Diversi giovani sacerdoti tra i più vivaci si incontravano per discutere dei loro problemi di vita, del seminario, della formazione ricevuta, di problemi affettivi, di problemi sociali e politici. Essi partecipavano poco agli incontri di aggiornamento per il clero, perché li consideravano poco esistenziali, era quasi un gruppo separato. Così alcuni hanno maturato la decisione di abbandonare il ministero. In realtà, c’era una scollatura tra la formazione del seminario e il mondo reale che i giovani preti avevano davanti. Il più delle volte, chi ha lasciato il ministero lo ha fatto perché era stato formato per un mondo che non esisteva più. Io sono stato accusato in quegli anni, da parte dei preti anziani, di aver distrutto il seminario: la scuola media del seminario stava crollando. Le scuole medie infatti erano sorte in tutti i piccoli paesi dell’entroterra. Mentre in precedenza si formavano due sezioni all’anno con 50-60 ragazzi che entravano in seminario, nel giro di pochi anni la scuola media del seminario si chiuse. Si fece la parificazione del liceo del seminario, che prese il nome di «Paolo VI». Vi partecipavano i seminaristi liceali e ragazzi e ragazze esterni, ma nel giro di poco tempo divenne un liceo paritario frequentato quasi esclusivamente da studenti laici.

 

Che ricordo hai dell’episcopato di mons. Cleto Bellucci?

 

Mons. Bellucci venne a Fermo nel settembre del 1970 come amministratore apostolico sede plaena con diritto di successione. Nei primi anni, presa conoscenza della diocesi, riprese un’idea di mons. Michetti, quella di costituire un gruppo di lavoro. Vi chiamò mons. Cardenà, che era vicario generale, mons. Di Mattia, che nominò vicario pastorale, mons. Giuseppe Di Chiara, che nominò vicario per la curia, mons. Ramini, nominato vicario per gli aspetti amministrativi, e me. Noi cinque ci incontravamo spesso e discutevamo a lungo. Mons. Di Mattia lanciò l’idea di rendersi anzitutto conto della vita della diocesi in rapporto alla recezione del concilio e dei documenti che la CEI aveva emanato. Suggerì l’idea di una visita pastorale per arrivare a celebrare un sinodo diocesano. All’arcivescovo piacque il progetto, anche se per un po’ di tempo ne rimandò l’attuazione.

Fu avviata la preparazione di un questionario molto ampio per la visita pastorale, formulato anche con l’aiuto di documenti di altre diocesi. Fu impostato su alcuni cardini: la fede, la liturgia, la carità e l’aspetto amministrativo-economico. Nel frattempo ci fu un avvicendamento: nel 1978 l’arcivescovo nominò me vicario generale e mons. Cardenà vicario per la visita pastorale. Il questionario veniva presentato nelle parrocchie, al parroco e al consiglio pastorale, e veniva lasciato in parrocchia per la compilazione. Oggi posso dire che era troppo ampio e minuzioso. Tuttavia, era un tentativo mirato. Da anni non si facevano questionari di quel tipo. Mons. Cardenà partecipò poco alle riunioni di noi cinque, mentre Di Chiara, Ramini, Di Mattia ed io ci riunivamo quasi tutte le settimane a casa di Di Chiara, dove, dopo pranzo, si discuteva a lungo per cercare delle direttive comuni. Mons. Bellucci spesso ci riceveva per dei momenti di confronto reciproco e franco lasciandoci molta libertà. Del resto, egli era impegnato nel restauro del palazzo vescovile. Per la visita pastorale lavorava soprattutto mons. Cardenà, che seguiva la rielaborazione delle risposte ai questionari e ne parlava con il vescovo. Cardenà si lamentava di non essere ricevuto secondo le tappe previste e soprattutto che il vescovo non leggesse le relazioni che gli consegnava, dalle quali si poteva evincere una quadro piuttosto preciso su quale fosse lo stato delle parrocchie. Alla fine, la visita pastorale non risultò molto incisiva perché alla fase di visita vera e propria, di incontro con i parroci, con i consigli parrocchiali e con la gente, non seguirono provvedimenti e una vera progettazione. Non cambiò nulla o quasi nella vita delle comunità.

Una feconda iniziativa, erano le settimane di formazione per il clero, in cui, per  più di dieci anni, i preti si incontravano d’estate fuori diocesi, in zone di montagna, dove poter discutere e aggiornarsi con i professori di teologia del seminario e con personalità invitate. Furono settimane di buon lavoro.

 

Nel 1978 sei diventato vicario generale. Quali furono le tappe principali del tuo ministero di quegli anni?

 

Cercai di portare avanti, oltre gli impegni normali di ufficio, alcuni stimoli che erano stati avviati: aggiornamento del clero, settimane di esercizi spirituali fuori diocesi, avvio di un fondo comune per casi di bisogno etc. Durante il lavoro per la visita pastorale e l’avvio di preparazione per il sinodo, l’arcivescovo volle la realizzazione di un congresso eucaristico diocesano. Un evento che ricordo con piacere: due anni di preparazione e la celebrazione nel 1985 dovevano servire anche come preludio al sinodo. Era tornato in diocesi, dopo gli studi di liturgia al S. Anselmo di Roma, don Filippo Concetti, che ammiravo per la sua capacità di esposizione quando parlava della liturgia con il clero. Esaminando i testi di diocesi che avevano celebrato un congresso eucaristico prima di noi, avevamo preparato un libretto con cicli di incontri da proporre in parrocchia. In teoria, questi incontri sarebbero dovuti avvenire prima tra il clero nelle vicarie e poi costoro dovevano riunire i fedeli, almeno i gruppi parrocchiali, i movimenti e le aggregazioni ecclesiali e tentare di recepire le direttive del concilio per la “nuova” liturgia. Ci fu un mese e mezzo di preparazione immediata e giornate specifiche per il clero, le famiglie, i giovani, i malati etc. Chiamammo relatori significativi come i padri Scicolone e Marsili. Qualche frutto c’è stato, anche se l’affluenza della gente non era molta alle riunioni pomeridiane o serali che si tenevano nella chiesa parrocchiale di S. Antonio di Padova. Per la giornata sacerdotale venne mons. Chiarinelli, all’epoca presidente della commissione del clero della CEI. Giornata bella e significativa fu l’incontro di Madre Teresa di Calcutta con i giovani: il palazzetto dello sport di Porto S. Elpidio era stracolmo di giovani che ascoltarono in un profondo silenzio le parole di madre Teresa e alla fine non finivano di applaudire. La celebrazione vera e propria nella domenica di Pentecoste fu buona, parteciparono più di ottomila persone. Credo che il congresso eucaristico abbia portato buoni frutti, sebbene non vistosi.

 

Come era la situazione economica delle parrocchie?

 

Le cose non andavano bene. Il sostegno economico delle parrocchie erano i benefici, coltivati a mezzadria. Ma la mezzadria non reggeva più, c’era un progetto politico di azzerarla. D’altra parte i parroci non riuscivano a soddisfare le richieste dei mezzadri che volevano una casa rinnovata, trattori e attrezzi nuovi, che non riuscivano a comprare. Quindi c’erano grandi difficoltà. Mons. Di Chiara propose una tassazione su alcuni redditi significativi delle parrocchie e sullo stipendio dei preti che insegnavano religione nelle scuole. Il sostentamento del clero era il beneficio parrocchiale, che dava un reddito molto basso, la scuola di religione e la congrua delle vicarie curate. La diocesi di Fermo era stimata una diocesi ricca, ma ben presto fu ridimensionata dai nuovi eventi. Di Chiara e io avevamo creato un fondo comune coordinato da una commissione. Si davano sussidi, a chi ne faceva domanda, dietro verifica di vere difficoltà. Erano anni duri perché la crisi dell’agricoltura azzerò il reddito di molte parrocchie. Ben venne la riforma attuata con la revisione del concordato nel 1984. Mons. Giuseppe Paci, direttore dell’ufficio amministrativo diocesano, fece un ottimo lavoro nella revisione delle parrocchie e vicarie curate che da circa trecento furono portate a 123.

 

Come furono i lavori del sinodo?

 

Alla fine del congresso eucaristico si preparò il sinodo concluso nel 1994. La prima idea di un sinodo diocesano era partita alla fine degli anni Settanta. Una prima commissione preparò un testo che poneva a base del sinodo il tema dell’evangelizzazione e intorno a questo articolava gli aspetti della vita diocesana. L’arcivescovo preferì riprendere le linee della visita pastorale: fede ed evangelizzazione, liturgia, carità e strutture di partecipazione. Per ognuno di questi ambiti si avviò una riflessione in gruppi ristretti per preparare dei documenti da presentare e discutere nelle riunioni di vicaria. Nel 1986 cominciò questo lavoro di incontri e di approfondimento nelle vicarie sulla scorta dei documenti preparati col contributo dei professori di teologia e di esperti. Tale attività durò quattro anni. Dopo gli incontri di vicaria sulla base delle osservazioni e del materiale raccolto furono preparati i testi da discutere nelle assemblee sinodali. Nel 1988 l’arcivescovo nominò vicario generale mons. Davide Beccerica, ma volle che io continuassi il lavoro per il sinodo. Fu fatta una commissione per la celebrazione del sinodo, della quale io ero presidente e don Francesco Monti segretario, e furono scelti i membri sinodali, alcuni nominati dall’arcivescovo, altri eletti nelle parrocchie, circa 250. Le assemblee sinodali si tenevano la domenica pomeriggio ogni quindici giorni e alla fine a ritmo settimanale. Don Francesco Monti fece un bel lavoro formulando a partire dai testi discussi e dalle osservazioni le proposizioni che poi venivano sottoposte a votazione. Questo lavoro durò più di due anni e nel 1994 il testo fu consegnato al vescovo. Si fece la celebrazione di chiusura nella chiesa di S. Francesco (in cattedrale c’erano i lavori) con la partecipazione di tutti i membri sinodali, di molta gente e la presenza di quasi tutto l’episcopato marchigiano. L’arcivescovo rilesse il testo e lo pubblicò nel 1995.

 

Fu un’occasione di dialogo vero? Quali frutti ha portato?

 

Ha portato frutti, forse non come ci si aspettava. Il dibattito fu autentico. Ci furono momenti di discussione molto vivace su “chiesa locale” e “chiesa universale”, diocesi e parrocchie di fronte ai nuovi movimenti o aggregazioni ecclesiali, su parrocchia e liturgia domenicale, sulla celebrazione della pasqua, sulla partecipazione dei laici alla vita pastorale, etc. Partendo da punti di vista molto distanti, fu un’occasione di crescita durante la quale sono emerse le ricchezze presenti in diocesi. Almeno alcune parti del testo finale sono, a mio avviso, di buon pregio e ancora di attualità.

 

C’è un tuo rammarico ripensando a questo tempo? C’è qualcosa che avresti voluto fare e che è rimasto embrionale o non si è realizzato?

 

Quel che desideravo e si è realizzato solo in parte era raggiungere uno spirito di collegialità a tutti i livelli: tra vescovo ed organismi di partecipazione, tra clero nelle vicarie, tra parroci, tra preti ed organismi parrocchiali, tra preti e laici in genere, tra insegnanti negli istituti di teologia. Nonostante una visita pastorale, un congresso eucaristico, un sinodo e le tante settimane di aggiornamento non sono esplose quella comunione e quella collegialità che l’ecclesiologia del Vaticano II e tutto il concilio avevano messo a fondamento del rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che sia un cammino lento ancor oggi.

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