Notiziario

DALLA VALIDITÀ ALLA CELEBRAZIONE DEI SACRAMENTI

Di recente con una certa frequenza riaffiora attraverso puntuali interventi del Dicastero per la dottrina della fede la necessità di chiarire alcune questioni che riguardano la validità della celebrazione dei sacramenti[1].

 
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Ci permettiamo qualche considerazione non tanto nel merito delle autorevoli precisazioni dottrinali e canoniche riaffermate in questi interventi con particolare riferimento alla specifica questione della validità del sacramento celebrato (segnatamente quello del Battesimo) quanto a proposito del linguaggio teologico sacramentale utilizzato per verbalizzare i punti in questione.

Che possano accadere abusi nella pratica liturgico-sacramentale è un fatto acclarato e la vigilanza a questo proposito da parte dell’autorità competente, sia a livello diocesano come a livello della Chiesa universale, è ovviamente necessaria proprio in ragione di due beni fondamentali che la realtà dei sacramenti è chiamata a comunicare e manifestare: la comunione ecclesiale e la riconoscibilità dell’azione di Cristo (cf Nota § 22). Nel caso della recente Nota Gestis Verbisque si passa addirittura dall’abuso al piano più grave della “ferita” alla vita sacramentale della Chiesa (lat. vulnus, cf Ibid). Il focus di queste prassi è la celebrazione del Battesimo, come già si evinceva da un precedente intervento dello stesso Dicastero del 2020[1]. L’insegnamento dogmatico (in particolare, nel nostro caso, quello tridentino) e la normativa canonica relativi al tema della validità dei sacramenti sono dunque interpellati ad entrare nel merito di queste prassi scorrette e devianti al limite della manipolazione (cf Nota, Presentazione).  Sulla questione della validità va tenuto presente quanto richiamato in una nota nel recente documento Gestis Verbisque: «Va ribadita la distinzione tra liceità e validità, così come va ricordato che una qualsiasi modifica alla formula di un Sacramento è sempre un atto gravemente illecito. Anche quando si consideri che una piccola modifica non altera il significato originario di un Sacramento e, di conseguenza, non lo rende invalido, essa rimane sempre illecita. Nei casi dubbi, laddove vi è stata un’alterazione della forma o della materia di un Sacramento, il discernimento circa la sua validità spetta alla competenza di questo Dicastero per la Dottrina della Fede» (Ibid, nota 34).

Detto questo veniamo a quanto accennavamo più sopra: i linguaggi e le categorie usati per esporre la tematica del sacramento. Materia, forma, formula essenziale, ministro, intenzione, sostanza costituiscono la costellazione terminologica della lettura dogmatica della questione trattata. Sul versante canonistico l’ordito concettuale sviluppa sul piano delle conseguenze disciplinari nei termini di validità e invalidità i presupposti dogmatici richiamati con particolare riferimento alla delicata questione del potere della Chiesa nello stabilire la forma liturgica normativa e dell’impossibilità di poter intervenire a proposito della sostanza dei sacramenti in quanto riconosciuta di istituzione divina o immediata (da parte di Cristo stesso) o mediata (da parte della Tradizione della Chiesa). Da queste premesse consegue che le modifiche di alcune parti fondamentali del rito sacramentale (parole, simboli o gesti rituali) possono essere autorizzate solo dall'autorità della Chiesa e comunque non possono mai intervenire sulla realtà istituita da Cristo e custodita dalla Tradizione vivente della Chiesa (cf § 15). È noto che la riforma liturgica promossa dal Vaticano II si è dovuta confrontare con diverse di queste modifiche relativamente ai sacramenti con ricadute in ordine tanto alla forma come alla materia previste per la struttura celebrativa (cf § 12).

Ci sembrerebbe tuttavia più promettente non ripetere questo tipo di linguaggio arido e consunto ma dare spazio a quanto nel testo della Nota è presente ma solo in modo accidentale e non sostanziale: mi riferisco alla teologia liturgico-sacramentale degli stessi sacramenti. Si entrerebbe così nello spazio liturgico in cui i sacramenti propriamente vivono per attingere da lì le risorse linguistiche e semantiche per un nuovo modo di dire e comprendere i sacramenti e per vigilare sulla loro celebrazione.

La Nota rilancia l'attenzione su due fronti della celebrazione liturgica dei sacramenti: l'arte di presiedere e la partecipazione attiva dei fedeli. Nel primo caso e nel secondo occorre dare spazio ad un’efficace proposta di formazione liturgica tanto dei ministri ordinati (vescovi, presbiteri e diaconi) come delle molte espressioni della ministerialità liturgica per arrivare a tutta l'assemblea celebrante. Questa mi sembra essere la linea cu cui insistere e lavorare. Diversamente si rischia di andare a questioni particolari (la modifica arbitraria della formula essenziale del sacramento del Battesimo) senza cogliere il contesto unitario e ricco (anche teologicamente!) della celebrazione. La prima vigilanza sui sacramenti si compie proprio in e partire dalla celebrazione e non con la riga e il compasso della certificazione di validità di un singolo e pur decisivo momento dell’azione liturgica. Quando si arriva a questa problematica di certificazione vuol dire che il problema non è lì (non solo lì) ma nel contesto culturale, ecclesiale e celebrativo che sta intorno, Un eccessivo scrupolo per la validità è esattamente l’altra faccia di una situazione di decadenza della prassi liturgica la cui manipolazione è solo un sintomo di questioni ben più ampie che la Lettera apostolica Desiderio Desideravi ha positivamente e costruttivamente colto nel segno. Tornare quasi ossessivamente sulla difesa della “formula essenziale” del Battesimo è un po’ come difendere il panda dalla sua estinzione mentre l’ecosistema intorno sta già da tempo collassando.

Temi come l’arte di presiedere, la partecipazione attiva (lat actuosa partecipatio), l’azione liturgica, l’assemblea celebrante, i simboli e i gesti liturgici, i linguaggi verbali e non, … sono una ricchezza esplorata da tempo, grazie al Movimento liturgico, e già valorizzata anche dal Magistero del Vaticano II, dai nuovi libri liturgici e da tanti documenti magisteriali successivi fino alla recentissima Lettera apostolica Desiderio Desideravi. 

Quanta est nobis via? Quando ci decidiamo a fare tesoro di questa ricchezza? La Notalo fa troppo debolmente (cf ad es. §§ 20-21). È in corso una grande svolta nella teologia sacramentaria con il suo innesto nella teologia liturgica dei sacramenti, innesto auspicato e fecondo. Ripartiamo da qui.

Rimane assolutamente vero in conclusione che manipolare è l'opposto del servire la Chiesa custode della santità e validità dei sacramenti (cf § 24 sulla potestas del ministro come diaconia). Essa stessa è ministra dei Sacramenti, non ne è padrona (cf § 11). Nella formazione liturgica di base un passaggio importante è costituito dalla conoscenza delle Premesse ai libri liturgici, promulgati in seguito alla riforma liturgica promossa del Vaticano II, per valorizzare le diverse possibilità di adattamento previste, in comunione con il Vescovo diocesano e la Chiesa Cattolica. Manipolare addirittura il cuore dello stesso sacramento cioè l'azione rituale nelle sue componenti fondamentali (il gesto liturgico, le parole stabilite e non sempre codificate in un’unica formula e i simboli previsti) vuol dire impedire l'accesso alla vita che gli stessi sacramenti sono chiamati a comunicare.

Nei sacramenti le azioni e le parole, nella loro fragile mediazione all’interno della specifica forma rituale, sono chiamati ad esprimere e comunicare efficacemente, uniti alla retta intenzione del ministro che agisce in persona Christi Capitis e nomine Ecclesiae, il primato dell’agire salvifico di Dio nella storia (cf § 28). Questo primato è significato liturgicamente anche dalla stessa persona del ministro (nel battesimo può anche essere un ministro non ordinato) che nel presiedere sta in posizione frontale rispetto all’assemblea celebrante (cf § 24) «Nella celebrazione dei Sacramenti, infatti, il soggetto è la Chiesa-Corpo di Cristo insieme al suo Capo, che si manifesta nella concreta assemblea radunata. Tale assemblea però agisce ministerialmente – non collegialmente – perché nessun gruppo può fare di se stesso Chiesa, ma diviene Chiesa in virtù di una chiamata che non può sorgere dall’interno dell’assemblea stessa. Il ministro è quindi segno-presenza di Colui che raduna e, al tempo stesso, luogo di comunione di ogni assemblea liturgica con la Chiesa tutta. In altre parole, il ministro è un segno esteriore della sottrazione del Sacramento al nostro disporne e del suo carattere relativo alla Chiesa universale» (cf Risposte; si veda più sopra la nota 1).

M. Florio - Docente di Teologia dogmatica (ITM - Ancona)

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