Notiziario

Uno sguardo alla “settimana sociale” di Cagliari, 26-28 ottobre 2017.

Conversazione con Gabriele Darpetti, incaricato regionale per i problemi sociali e il lavoro della CEM

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D. Caro Darpetti, come le diocesi marchigiane si stanno preparando alla “settimana sociale” di Cagliari? Quali sono le attese maggiori che intravede?

 

R. Nelle Marche ci siamo preparati a questo importante evento della Chiesa nazionale in diversi modi: con incontri a livello di singole diocesi, che hanno cercato di coinvolgere le forze sociali ed economiche locali ma soprattutto di sensibilizzare le comunità cristiane a rimettere al centro il tema del lavoro “a motivo della ineliminabile dimensione sociale dell’evangelizzazione” (Papa Francesco E.G. cap. IV), e con un convegno regionale dal titolo “Il lavoro anima della società, tra innovazione e ricostruzione” tenutosi il 10 giugno all’università di Ancona. In questo convegno, oltre a testimonianze di esperti, associazioni e movimenti su esperienze di “lavoro buono”, c’è stato un importante contributo del prof. Leonardo Becchetti (componente del comitato organizzatore delle Settimane Sociali), nonché del prof. Francesco Maria Chelli (Preside della Facoltà di Economia dell’Università di Ancona), che ha tratteggiato dal punto di vista statistico la situazione economica delle Marche, in quanto in ogni attività rimane fondamentale partire sempre dalla realtà.

Riguardo alle attese, io penso che tutti noi ci aspettiamo da questa occasione di riflessione e di confronto nazionale, parole chiare che aiutino le comunità cristiane a “districarsi” in un argomento complesso che coinvolge varie sfaccettature della nostra vita sociale ed economica.

 

D. L’Instrumentum laboris afferma al n. 11 che l’appuntamento di Cagliari non è pensato come un convegno, ma come un evento sinodale volto a iniziare processi, secondo l’ormai celebre affermazione di «Evangelii gaudium». Che significa concretamente questo approccio?

 

R. All’interno del cammino preparatorio all’appuntamento di Cagliari, è stato attuato un progetto denominato “Cercatori di LavOro”, in cui persone incaricate dai Vescovi (in genere i referenti degli uffici di pastorale sociale e del lavoro), insieme ai giovani Animatori di Comunità del Progetto Policoro, hanno “intervistato” alcune imprese per individuare buone prassi relative al lavoro. A livello nazionale sono state raccolte 540 schede. Noi nelle Marche abbiamo contribuito con 25 esperienze di altrettante imprese che contenevano esempi significativi di modalità di rispetto e valorizzazione delle persone attraverso il lavoro che esse prestavano. A Cagliari ci saranno 90 “tavoli” da 10 persone ciascuno che condivideranno gli elementi caratteristici di queste esperienze per trasformarli in indicazioni riproponibili su scala più vasta. Questo è un approccio concreto, che parte dalle buone pratiche e le trasforma in proposte per tutti.

 

D. Lo stesso documento parla ad un certo punto della dignità del lavoro e afferma che non tutti i lavori sono degni dell’uomo e della donna. Quali emergenze vede?

 

R. I temi sarebbero tanti e complessi da spiegare in poche righe, ma per ragioni di sintesi individuo due questioni su tutte: il lavoro non è degno quando va contro la tutela della “casa comune”, ossia dell’ambiente e della salubrità dei lavoratori e addirittura in alcuni casi pretende di mettere in competizione le condizioni di sicurezza e il rispetto dell’ambiente con il mantenimento dei livelli occupazionali; il lavoro non è degno quando non rispetta i tempi del riposo ed i tempi della festa. Su quest’ultimo punto anche nelle Marche sta entrando pesantemente (dovuto all’apertura di nuovi grandi centri commerciali) il problema delle aperture festive (ed ora in alcuni casi anche aperture 24 ore continuate) delle attività commerciali e di servizi, quando proprio uno studio dell’Università ha ben dimostrato che ciò non sviluppa ulteriormente l’economia, ma sposta solo i ricavi dai piccoli negozi alle grandi multinazionali, con grave danno per le famiglie e per le condizioni di lavoro degli addetti a tali attività.

 

D. Quasi al termine, il documento sottolinea sei criticità per la situazione italiana: disoccupazione, precariato, caporalato, lavoro femminile, il sistema educativo e il lavoro pericoloso. Nelle Marche c’è un’emergenza che spicca sulle altre?

 

R. Siamo una regione di “mezzo” in tutti i sensi, per cui non abbiamo una emergenza assoluta sopra a tutte le altre, ma siamo in una condizione problematica in tante questioni. Sicuramente tra queste c’è la carenza di lavoro per i giovani (che spinge tanti di loro ad andare in altre regioni del Nord o all’estero), c’è ancora forte la discriminazione del lavoro femminile sia come difficoltà di accesso sia come condizione paritaria di remunerazione a parità di mansioni, e c’è anche il problema di una formazione non sempre adeguata e rispondente alle nuove esigenze, non solo per i giovani ma anche per la necessità di riqualificazione degli adulti verso i nuovi scenari tecnologici.

 

D. La disoccupazione in genere, giovanile e femminile in modo particolare, sembra essere un problema a cui siamo assuefatti. Il fenomeno dei “neet”, di chi cioè non studia e non lavora, sembra essere una spia di una certa rassegnazione. È così? Ed eventualmente come si contrasta questo atteggiamento?

 

R. Anche nella nostra regione i NEET sono un numero considerevole e questo aspetto non va trascurato, anche perché ciascuno di loro è un “volto” di cui dobbiamo farci carico, ma per fortuna ci sono anche tanti altri giovani pro-attivi che vogliono prendere in mano le questioni che li riguardano. Sta a noi adulti intervenire in modo serio e coordinato, con continuità e non con iniziative di circostanza, creando una rete di competenze e di professionalità che li possa supportare efficacemente. Essi chiedono luoghi di confronto veri, in cui siano ascoltati e dove sia consentito loro di mettere in moto le proprie proposte. Chiedono luoghi di relazioni significative e di testimoni veri, credibili e coerenti. Noi adulti dobbiamo adoperarci per incoraggiare i loro sogni, per rimettere in moto la speranza, la voglia di progettare il futuro e abbondonare il pessimismo dell’attesa di una società “peggiore”, rispetto a quella che abbiamo conosciuto noi e che inconsciamente gli ricordiamo.

 

D. C’è un’ultima questione che le sta a cuore?

R. Sì, c’è un’altra questione che mi sta a cuore e che penso per le Marche sia particolarmente significativa. Il lavoro nella gran parte dei casi (se si esclude il settore pubblico e pochi altri) viene dall’impresa. Ma nelle Marche stiamo andando verso una progressiva riduzione di quell’imprenditorialità diffusa, che  è stato il vero “tesoro” della nostra economia regionale. Allora dobbiamo aiutare i giovani non solo ad indirizzarsi verso un posto di lavoro o un impiego già presente nella nostra società, ma stimolarli anche a creare nuova impresa, a creare posti di lavoro per sé e per altri. Dobbiamo incoraggiare, quando emerge, la loro disponibilità a intraprendere, e sostenere coloro che vedono opportunità dove altri non le vedono. Senza una stagione di nuova imprenditorialità sia privata che in forma cooperativa sarà arduo creare posti di lavoro. Allora anche la Chiesa deve riprendere a considerare la “vocazione” all’imprenditorialità come un elemento importante, senza dimenticare – anche nei programmi pastorali – i tanti imprenditori che oggi ci sono e che sono desiderosi di confrontarsi con le indicazioni del Vangelo. 

 

A cura dell’Istituto Teologico Marchigiano

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